Diego Galeri (Timoria): musica e tatuaggi

Il batterista della band bresciana (e sperimentatore negli Adam Carpet) a ruota libera sul suo amato inchiostro: «I miei tattoo tribali nascono in Valcamonica»

«Non mi sono mai sentito un turnista in vita mia. Io suono esclusivamente per i gruppi dove sento scorrere la vera musica».

Esordisce così Diego Galeri, cinquantunenne da poco, alla mia provocazione sul perché abbia speso gran parte della sua vita a creare leggenda coi Timoria e poi a dedicarsi a piccole storie di cuore chiamate a loro volta Miura, Adam Carpet, Gentle Eyes In The Gloom o la nuova creatura che sta mettendo in piedi con un certo Xabier Iriondo degli Afterhours.

Diego è la spontaneità fatta persona. Persona umile, buona, ma di peso quando c’è da spingere su una ritmica rock o creare un pattern al silicio. Nei dischi realizzati coi Timoria (dieci in studio tra il 1990 e il 2002 con diversi capolavori quando i Nineties ruggivano di brutto) la sua batteria non è mai stata contorno, ma carne e sangue ben amalgamata in un sound che era un po’ di tutto: progressive, beat, rock, grunge, metal, funk e via andare con le grandi canzoni arrivate giusto ad un passo dai palasport.

Lo incontro in una mite sera di febbraio in un bel locale milanese, rustico e caloroso. Lui ovviamente ha deposto le bacchette da poco (ha lo studio ad un passo) e mi mostra le armi del mestiere: due braccia discretamente tatuate. Cominciamo non senza, ma col vento in poppa.

Diego, quando hai iniziato a tatuarti i Timoria erano ancora in piena attività?
Assolutamente sì visto che il mio primo tattoo in assoluto risale al 1995, l’anno di ‘2020 Speedball’. Mi feci un piccolo pitoto, non ispirato a quello di Henry Rollins, ma a certe incisioni rupestri rinvenute in Valcamonica, la mia terra d’origine vicino a Brescia.

Diego Galeri, Timoria, foto di Daniele Di Chiara
Diego Galeri, Timoria_foto di Daniele Di Chiara

Scusa, cosa sarebbe un “pitoto”?
In dialetto camuno il pitoto definisce un disegno infantile, una sorta di scarabocchio. I Pitoti della Valcamonica sono circa 350mila incisioni su roccia risalenti ad oltre diecimila anni fa.

Io ho un bel po’ di tatuaggi del genere perché, al netto di tutto, li considero i nostri personalissimi Tribali.

Tesi interessante, la tua.
Sai, è semplice farsi un soggetto polinesiano, ma quella non è la nostra cultura d’origine. Noi discendiamo dai Latini e, ancor prima, dalle popolazioni primitive che nel Neolitico vivevano già nella penisola.

In quegli anni ’90 ti consultavi con i tuoi compagni Omar Pedrini (leggi qui e qui la nostra intervista al chitarrista bresciano) ed Enrico Ghedi, alias gli altri due tatuati dei Timoria, in materia di inchiostro?
Purtroppo non ancora. Io era appena agli inizi mentre quei due, Omar ed Enrico, la sapevano già lunga! (ride) Te l’ho detto: mi sono fatto un piccolo pitoto nel 1995, ho ricominciato a impratichirmi con l’inchiostro verso la fine dell’esperienza Timoria e poi ci ho dato dentro, molto più avanti, quando ero già coinvolto dai miei progetti successivi: i Miura e gli Adam Carpet.

DIEGO GALERI foto di Alberto Mori Location Rock n Roll Home Milano
Diego Galeri, foto di Alberto Mori Location Rock n Roll Home Milano

E ti sei, per così dire, normalizzato. Niente più tribali della Valcamonica, ma semplici tatuaggi Traditional…
Esatto. Mi era un po’ passato quel trip dei pitoti e, cominciando a frequentare studi milanesi come il Best Of Times o il Primordial Pain, sono passato a soggetti più classici tipo pin up e fiori. Sempre rigorosamente in tonalità Black and Grey.

Ed ora “cosa” sei?
Resto un tatuato anomalo, non frequento molto le convention e mi faccio “marchiare” anche a distanza di tantissimo tempo. Solo quando mi coinvolge l’ispirazione giusta. Ora, per esempio, non ho idee in testa da tramutare in inchiostro.

Vedo che hai anche dei tributi ai gruppi dove hai suonato attivamente…
Sì, sul braccio ho L’Uomo senza Occhi che era il protagonista del video di ‘Normale’, una canzone tratta dal terzo album dei Miura (intitolato semplicemente ‘3’, NDR) e la casetta, fatta da Mattia Maresi, che compare sulla copertina del debutto degli Adam Carpet.

Scusa, ma non ne manca uno… di gruppo fondamentale?
Eh, effettivamente sì. (sorride) Ci ho anche pensato diverse volte solo che – te l’ho detto – ho iniziato a tatuarmi tardi. Ad ogni modo quella band, all’epoca, non esisteva già più.

A quando dunque un tattoo dedicato ai Timoria?
Chi lo sa. Ogni tanto mi viene questa idea un po’ folle di tatuarmi l’arancia con la siringa che compare sulla copertina dello stesso ‘2020 Speedball’. Bellissimo soggetto, ci mancherebbe altro, ma forse un po’ forte e impegnativo per un uomo della mia età. (ridacchia)

Diego Galeri, Timoria, foto di Giambattista Turla
Diego Galeri, Timoria, foto di Giambattista Turla

Cambiamo argomento: in cosa sei coinvolto, musicalmente parlando, in questo periodo?
Intanto sono contento che sia uscito il disco (o EP di sei brani) dei Gentle Eyes In The Gloom (vedi il video qua sotto, NDR), trio di musica elettronica formato da me, Giovanni Calella (anche negli Adam Carpet, NDR) e Barbara Cavaleri, quest’ultima alla voce. Lo tenevamo nel cassetto da un po’ e finalmente ci siamo decisi a renderlo disponibile. In questa band pensa che non suono neppure un tamburo, ma mi diletto coi campionatori.

Sbaglio o il rock ti ha un po’ stufato?
Diciamo che ero arrivato ad un punto di saturazione. Coi Timoria e i Miura il leit motiv era sempre il medesimo: sala-prove, scrivi, aggiusti, registri e vai in tour. Sempre così, l’andazzo era quello. Gli Adam Carpet mi hanno dato molte più libertà sperimentali in questo senso. Conosci Bill Bruford?

Certo: il grande batterista di King Crimson, Genesis e Yes.
Ecco, ho letto la sua autobiografia e ho trovato molto affascinante la sua ricerca tra batteria analogica e pad elettronici. La mia via artistica, ormai, è quella; anche se non ti nego che sto mettendo su un gruppo rock con Xabier Iriondo degli Afterhours e Andrea Lombardini. Stiamo ancora cercando una voce e forse un altro musicista, ma spero che entro la fine del 2019 avremo già un intero disco da offrirvi.

Senti, sul fronte Timoria sono previste nuove ristampe con inediti? Quella, bellissima, uscita l’autunno scorso per i 25 anni di ‘Viaggio Senza Vento’ direi che è andata molto bene, come vendite e presentazioni dal vivo…
Temo sia ancora presto per dirlo perché non dipende da noi, ma da cosa vorrà fare la Universal che possiede i master. Ci sono ancora dischi importanti da celebrare come ‘2020 Speedball’ e ‘Eta Beta’ con parecchio materiale “unreleased” da ascoltare. Sai, negli anni ’90 per fare un album si spendevano un sacco di soldi, si stava mesi interi in studio e di musica se ne produceva sempre di più di quel che poi sentivi su CD.

Sei su una torre: ‘2020 Speedball’ o ‘Eta Beta’, chi scegli?
Spero escano entrambi in edizione ‘deluxe’ perché sono affezionato ad entrambi. Ma se proprio dovessi scegliere ti direi ‘Eta Beta’.

Perché?
Perché è un album dove il valore artistico supera di gran lunga l’affetto o la nostalgia dei bei tempi andati. Quando uscì, nei primi mesi del 1997, passò un po’ in sordina rispetto ai due dischi che lo avevano preceduto, ma per me il nostro picco artistico (e di contaminazione tra generi) sta proprio in quei solchi.

Che viva ‘Eta Beta’ allora.
Già. Lo riascolto sempre con orgoglio. Anzi, con mega orgoglio!

E la reunion dei Timoria?
Sarebbe bellissima, ma al momento non si può fare. In primis perché ci manca il frontman… (strizzatina d’occhio)

Timoria, cover Album

Leggi qui e qui la nostra intervista tatuata (in due parti) ad Omar Pedrini dei Timoria.

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