Livio Cori (‘O Selfi): tatuaggi made in Naples

Il guerriero di Enzo-Sangue Blu nella serie “Gomorra”, oltreché ottimo artista hip hop/RnB tornato col remix di “Adda Passà” , si confida con Tattoo Italia

Allora Livio, nel tuo caso mi verrebbe subito da dire: pochi tatuaggi, vistosi e tutti buoni. Giusto?
Sì, purtroppo ne ho meno di quanti ne vorrei perché non ho mai il tempo di farli e poi curarli a dovere.

Dimenticavo: si vedono e non si vedono.
Già, non li ostento visto che non sono proprio il tipo. I miei tatuaggi sono “roba mia” e ognuno di essi nasconde una storia, un retroscena o anche un piccolo augurio nei confronti del futuro.

Descrivimeli a grandi linee.
Beh, il mio primo in assoluto è stato un lettering con scritto “In My Mind”, ovvero il titolo del primo album solista di Pharrell Williams. Poi ho una piuma che sta vergando il futuro. L’ampolla contenente il sangue di San Gennaro; una fenice; un mezzo corvo/mezza gazza che in realtà va a formare un alce ecc.

Livio Cori
Livio Cori

Pharrell… perché?
Perché quel tattoo l’ho fatto nel 2006, a sedici anni, quand’era appena uscito “In My Mind”. Quel disco, per me, è stato davvero fondamentale. La cultura hip hop, all’epoca, non era ancora esplosa in Italia o, perlomeno, non era di certo ai livelli odierni. Io dovevo fare chiarezza nella mia testa e quel disco unito a quella frase specifica, “nella mia mente”, mi hanno aiutato a capire chi ero. E a cosa stavo puntando.

La piuma invece?
Se noti bene quella piuma d’oca, scrivendo il futuro, sta anche schizzando dell’inchiostro rosso color sangue! Il messaggio sottinteso è esattamente quello: farsi male scegliendo di andare in una determinata direzione, probabilmente non la più agevole del lotto. Prendersi i propri rischi artistici, ecco.

Livio Cori
Livio Cori

Vedo che hai un teschio che sormonta un microfono vintage nella parte alta del tuo braccio sinistro. Superstizioso?
A Napoli i teschi non hanno nulla di scabroso o legato a presagi nefasti tipo la morte. Anzi. Il popolo partenopeo li va a toccare con mano – tipo quelli esposti nella Chiesa delle Capuzzelle (il cui vero nome è: Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. NDR) e appartenenti ai morti per pestilenza – perché in effetti portano buono…

Sai, noi napoletani siamo un po’ come i messicani nei confronti delle calaveras!

Il fatto che io ci abbia abbinato un microfono, simbolo del mio mestiere, dovrebbe poi spiegarti quanto io sia dannatamente scaramantico… (sorride)

Il sangue di San Gennaro, per un napoletano verace come te, direi che si commenta da solo…
Te l’ho detto. Mi sento fortemente legato alle mie radici (se guardi bene in quel tattoo ci ho inserito pure la silouhette del Vesuvio!) e quindi non ho nessun problema ad esclamare: “San Gennà, fammi la grazia!”. (ride)

Livio Cori feat CoCo
Livio Cori feat CoCo

Sul fianco delle mani hai scritto “Good Boy”. Un po’ come dire (a parte “Gomorra – La Serie” e il tuo ruolo di “O Selfi” nel clan dei ragazzi di Forcella) lasciatemi perdere, io sto dalla parte dei buoni…
Esatto. Io mi sento un “bravo ragazzo” anche se, in slang americano, il “good boy” della situazione talvolta è anche lo psicopatico… (ridacchia) Significati a parte, se faccio musica nel 2019 è perché voglio lasciarmi alle spalle ciò che ho vissuto per puntare al meglio di me.

Non c’è niente di affascinante nel male, nella criminalità e nella cattiveria, credimi.

Mi spiace che qualche rapper, di origini borghesi, ci romanzi sopra perché certe cose bisognerebbe viverle sulla propria pelle prima di andarle a glorificare con il microfono.

Stufo che per almeno un anno abbondante giornalisti gossippari e fan creduloni ti abbiano inquadrato come la voce che si nasconde sotto il cappuccio di Liberato?
Stufo? Diciamo che non potevo davvero più!

Livio Cori + CoCo_Adda passà rmx

Che poi non sarebbe bastato guardarti le mani? Tu le hai cosparse di inchiostro; Liberato (che gira a mani nude) no…
Eh, appunto, le mani. Ragazzi, riflettete su queste cose! Il segreto, d’altronde, sta tutto lì: nell’intelligenza di chi guarda le cose alla luce del sole. Anche se è molto più comodo inventarsi delle cospirazioni o fare sfoggio di dietrologia… (sospira)

Veniamo alle cose concrete: chi sono i tuoi tatuatori di fiducia in quel di Napoli?
Lello “Morbh” Scarienzo: un artista davvero “real” perché arriva dal Rione Sanità. Lello è Napoli al 100%, molto più di me che già di mio non scherzo… (ride) E poi Francesco Papa detto “Risk”. Tutti i miei tatuaggi sono rigorosamente “made in Naples” e ne vado molto fiero.

Cos’ha di particolare la città di Troisi e De Crescenzo, Bruscolotti e Maradona, per quel che riguarda la tradizione del tatuaggio?
Beh, non so come si viva la cosa a Milano o a Roma, ma Napoli possiede una enorme cultura Old School nei confronti dei tattoo, di tutti i tattoo. L’inchiostro da galera, che vedi sfoggiato dai carcerati, è una roba assurda. Sarebbe da esporre prima o poi in un museo come si è già fatto con gli antichi Egizi.

E poi da noi c’è stato un tempo che circolavano tantissimi tatuaggi del volto di Che Guevara perché quello era il tatuaggio che si era fatto Maradona…

Già, Diego. El Diez. Ineguagliabile.
Maradona è ovunque a Napoli. Credo che nel 2019 sia anche più importante di San Gennaro, con tutto il rispetto per il santo patrono!

Ad un certo punto i due volti, quelli di Diego Maradona e di Ernesto Che Guevara, si sono come fusi in un unico tatuaggio.

Guardavi quelle opere e non capivi più se assomigliavano di più al calciatore o al guerrigliero…

Quando arriva sul golfo il terzo scudetto, Livio?
Eh, io lo sento vicino anche se quest’anno, con la vicenda Ancelotti e la faccenda del ritiro saltato, sta andando tutto a scatafascio… Però queste cose non puoi chiederle a me! (ride) Io sono nato nella primavera del 1990, a pochi giorni dalla conquista del secondo scudetto e sono cresciuto col mito della maglietta azzurra griffata Buitoni o Mars. Ora, invece, guardo la divisa odierna e mi sembra un brutto catalogo dell’Esselunga con tutti quegli sponsor messi a casaccio. Peccato.

Livio Cori
Livio Cori

Quale calciatore del Napoli ti tatueresti volentieri su pelle? Maradona escluso, ovviamente.
Ezequiel Lavezzi. Il “Pocho”, quando giocava al San Paolo, mi ha fatto impazzire. Lui sì che si meriterebbe un bel tattoo su di me! Hamsik? Beh, lui era il capitano, cosa gli vuoi dire a “Marekiaro”, ma forse non è mai stato uno scugnizzo acquisito. A differenza invece di Dries Mertens. Ecco, il volto di “Ciro” Mertens me lo vedrei eccome decorato su pelle! (ride)

La nostra intervista è quasi terminata: ti è piaciuto parlare di tatuaggi invece che di musica hip hop?
Sì, ne farei subito un’altra così. Perché noi artisti ci esprimiamo con la musica mentre i tatuatori fanno altrettanto con i disegni, l’inchiostro e la macchinetta ad aghi. Penso che la parola giusta sia proprio questa: “espressione”.

Ah, comunque il remix – realizzato con CoCo – di “Adda Passà” è fantastico. Fattelo sinceramente dire…
Grazie. Sai, Pino Daniele era espressione pura. L’Usher di “Confessions”, uno dei miei dischi preferiti di sempre, era espressione. Io, nel mio piccolo, ci provo. Anche se non sono mai stato granché bravo a parlarmi addosso… (sorride)

Leggi QUI l’intervista a Lucariello e QUI quella a Lele Blade se ti interessa approfondire il rapporto tra Napoli e tattoo art.

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