Grido: back to black (ripartire dal nero)

L’ex Gemello DiVerso, autore dell’album “Diamanti e Fango”, ci spiega perché ha deciso di coprire gran parte dei suoi tattoo storici per puntare a nuove sfide…

Grido, tu arrivi artisticamente dagli anni ’90 (il debutto dei Gemelli DiVersi è datato 1998), quindi immagino che anche la tua storia con i tatuaggi provenga da lì…
Certamente. Fai conto che sono stato il primo alunno ad essere tatuato nella scuola che frequentavo. Raccontato adesso, in pieno mainstream del tatuaggio, sembra quasi una sciocchezza, ma all’epoca significava tanto.

Sai, la tattoo art aveva davvero le caratteristiche (o le stigmate) della scoperta assoluta in un Paese tradizionalista come il nostro.

Che anno era?
Il mio primo tattoo risale al 1997 ed arrivò in coincidenza con il mio diciottesimo compleanno. Scelsi un soggetto Techno-Tribal tra bicipite e spalla. Soggetto che mi servì a capire, già allora, che farsi un tatuaggio non equivaleva esattamente ad una passeggiata. Non ti dico il dolore… (sorride)

Grido (foto di Gabriella Di Muro)
Grido (foto di Gabriella Di Muro)

Chi te lo fece e, soprattutto, ce l’hai ancora?
Me lo realizzò Fabrizio Penengo (del “Colors Tattoo” di Milano. NDR) e l’ho avuto fino a poco tempo fa. Quel Tribale anni ’90 ha resistito finché non ho deciso di ricoprirmi entrambe le braccia e le spalle di inchiostro nero. In modo tale che Marco Galdo e la sua crew dei “Trafficanti D’Arte” possano ora decorarmi con un progetto nuovo di zecca.

Ricorrere ad un cover up di notevoli dimensioni sottintende sempre una drastica presa di posizione rispetto al passato e a ciò che uno sfoggia sulla propria pelle. Dimmi la verità: è stato così anche per te?
Ho coperto una buona parte dei miei tatuaggi (soprattutto per quel che riguarda i soggetti presenti sulle braccia) perché col tempo il mio “racconto” era diventato un po’ troppo confuso. Lo so cosa stai per dirmi: che avere gran parte della schiena e delle braccia dipinte di nero fa molto bassista dei Rage Against The Machine (Tim Commerford, musicista americano devoto al black ink. NDA)!

Grido (foto di Samuel Pescuma)
Grido (foto di Samuel Pescuma)

Effettivamente…
Eppure, nel mio caso, non la vedo come una scelta puramente estetica, ma artistica.

Spiegati meglio.
Beh, su tutto quel nero Marco Galdo e soci useranno di conseguenza tanto bianco per comporre i loro caratteristici soggetti geometrici. Allo stesso tempo i tatuaggi coperti continueranno a vivere un po’ come quando fai la semina nei campi.

In pratica non li ho nascosti, ma semplicemente li sto custodendo sotto dell’altro inchiostro.

I miei tattoo, tutti i miei tattoo, ci saranno sempre anche se ora è tempo di cambiamento ed evoluzione…

Da cosa nasce questa tua nuova passione per il Dot Work e i tatuaggi Geometrici?
Li amo, alla stessa maniera dei Traditional, perché penso che siano pezzi creati per invecchiare decisamente bene.

Sai, a volte guardo certi Realistici e mi domando: “Ok, ma tra vent’anni come appariranno agli occhi di chi li guarda?”.

Intendiamoci: ci sono dei tatuaggi Black ‘n’ Grey che levano il fiato da quanto sono belli, però ormai ho raggiunto un’età che non mi bastano più gli impulsi del momento. Preferisco valutare con più cognizione di causa certe scelte che dureranno per sempre.

Grido (foto di Gabriella Di Muro)
Grido (foto di Gabriella Di Muro)

Alcuni tuoi pezzi “storici” sono comunque rimasti su di te, vero?
Sì. Sul petto porto impressi i lettering “Family First” e “Spaghetti Funk” che non necessitano di ulteriori spiegazioni. Sul costato ho sia un cuore sacro che un paio di velieri Traditional: uno “pacifico” mentre l’altro in versione “nave pirata” per sottolineare entrambi gli aspetti della mia personalità. Sui piedi, inoltre, ho due ulteriori scritte: “Umiltà” abbinata ad un’ancora marinara e “Coraggio” collegato al tattoo di un timone. Sono soggetti che mi aiutano, nel vero senso della parola, a tenere i piedi per terra!

E poi ci sta, forse, il tattoo più importante del lotto…
Esatto. L’aquila Traditional americana che difende una rosa da una spada in agguato. Ce l’ho sul polpaccio e me lo sono fatto in occasione della nascita di mio figlio Davide. Ovviamente la rosa è lui mentre l’aquila sono io, parlando per metafore.

A parte Marco Galdo, non ti ho ancora chiesto dei tuoi tatuatori preferiti…
Alla lista aggiungi pure Daigor Perego, anche lui di base ai “Trafficanti d’Arte”. E poi Ale BlackCat del “Ink Club” di Bergamo e, ovviamente, il bravissimo Space One dato che sta da una vita nella Spaghetti Funk.

Grido (foto di Chiara Mirelli)
Grido (foto di Chiara Mirelli)

È diventato tatuatore, no?
Già. L’hip hop è sempre nei suoi pensieri, ma negli ultimi tempi Space One si è lanciato pure nella tattoo art. Ha preso il diploma ed è davvero valido anche in quel campo. Posso aggiungere una cosa sulla scena milanese del tatuaggio?

Hai il microfono aperto.
Business a parte, sono felice che qui a Milano resista una certa filosofia ben salda e integra. Ho sentito storie di tatuatori che hanno rimandato a casa ragazzini e trapper che chiedevano loro di tatuarli in viso. Ecco, queste sono notizie che fanno davvero bene al buon nome della tattoo art!

Senti, so che in passato (quando usavi lo pseudonimo Weedo) ha realizzato una sorta di web tv casalinga dove, tra le altre cose, parlavi anche di tattoo art…
Sì, tutti video fatti con leggerezza e tanta passione, ma forse i tempi non erano ancora così maturi per farne un fenomeno commerciale degno di un influencer… (sorride) In pratica accendevo questa telecamerina, cucinavo in diretta o parlavo di tatuaggi… e i fan gradivano tantissimo! Una cosa simile a quella che stai facendo tu per iscritto.

Il pubblico, per me, apprezza queste cose ed è sempre bello quando la comunicazione trova nuovi adepti.

Tu che fai rap fin dal 1996 dovresti saperne qualcosa…
Già. E non ti nego che mi commuovo sempre quando qualche fan mi manda una foto raffigurante un suo tatuaggio dedicato ad una mia rima. Mi fa sentire orgoglioso di ciò che ho fatto finora.

Forse tutto questo tempo e sbattimenti per la causa sono davvero serviti a qualcosa…

Che poi tu – a dircela tutta – sei sempre stato un precursore, no? Nel senso che oggi siamo letteralmente circondati di rapper/trapper ipertatuati che parlano ovunque della loro musica. Vent’anni fa, invece, non era così scontato…
Il fatto è che, pur essendo stato un precursore, me ne sono sempre accorto dopo! (ride) Adesso accendi la radio e senti un trapper ospite che parla del suo album come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ai tempi dei Gemelli DiVersi, per farti capire, spendevamo metà tempo delle nostre promozioni radiofoniche a spiegare al DJ di turno cosa fosse il “rap”, l’ “hip hop”, il “writing”, una “crew” o uno “street album”. C’era così tanta ignoranza in giro che a volte non parlavamo neanche del nostro disco di debutto! Ci dedicavamo – mettiamola così – ad altre spiegazioni.

Diamanti e fango (copertina)
Diamanti e fango (copertina)

Ultima domanda. Grido: il tuo nuovo album, il terzo da solista, si intitola “Diamanti e Fango”. Secondo te i tatuaggi sono più accostabili ai primi o al secondo?
Bella domanda. Te la risolvo così: i tatuaggi sono “diamanti” che arrivano dal “fango”. Non credo sia possibile una separazione netta. Quando uno si fa un tattoo magari è stato in una situazione difficile che, solo in un secondo tempo, sfoggerà con orgoglio tramite una dose d’inchiostro. Il percorso, nel mio caso, è stato quello. Esattamente quello.

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